Report 5 – 20/10/2026
Martedì definibile tranquillo: per tre gruppi la raccolta non ha riscontrato alcun intoppo, il quarto invece altro incontro con i militari. Non eravamo nel loro mirino, l’ennesima ricerca verso ignoti fautori di una sassaiola verso le loro camionette. Passano circa venti minuti prima che se ne vadano e le informazioni che si recepiscono dalla loro incursione sono essenzialmente due: il giornalista Mounir è stato rilasciato dopo una notte in cella, purtroppo non risparmiato da un pesante pestaggio. La seconda: tra i militari si è notata la presenza di un colono in divisa.
Per quanto consapevoli del sodalizio tra una forza istituzionale e una criminale, trovarcelo di fronte ci ha fatto fare un’ulteriore ragionamento sulla presenza degli insediamenti attorno a noi .
Geograficamente le colonie schiacciano Burin su tre lati: Yitzhar è la più grande, fondata nel 1982 da sionisti provenienti principalmente da New York e Brooklyn, conta circa 1500 abitanti, da quel che dicono gli abitanti della zona, principalmente ex carcerati e criminali. È in continua espansione: i prefabbricati ormai distano solo un centinaio di metri dalla bypass road, strada che percorre il fondo valle separando il villaggio da terreni non più raggiungibili dal popolo palestinese di Burin.
La visuale dai campi dove andiamo a raccogliere e dalla nostra abitazione, spesso, ci permette di osservare il traffico che percorre la strada verso la colonia: auto private, autobus di linea e pullman di visotatori, camion e mezzi da lavoro. Risaltano all’occhio alcuni filari ben visibili di una vigna, piantata circa una quindicina di anni addietro.
J. è il cittadino più temuto di Yitzhar, guardia della colonia, si aggira su di un pick up bianco, fa un po’ quello che vuole. Spesso il suo nome risuona nelle conversazioni dei locali, dalle loro voci é possibile captare la sua brutalità. Si dice che, sud africano, si sia trasferito in Cisgiordania perché scontento di come fosse finita l’apartheid. Le principali entrate economiche della colonia sembrano essere quella agricola e commerciale: è presente una vineria, sembra producano grano e olio. Dalle recensioni Google notiamo la presenza di uno shop commerciale (una sorta di autogrill sionista della via principale del paese), in cui pare facciano anche pizza. I sussidi governativi non sembrano rivolti tanto alla loro attività agricola, ma piuttosto a quella da cowboy-conquistatori.
Brakha è la colonia che si erge tra Burin e Nablus, la sua realizzazione è avvenuta tramite la confisca di terreni da tre villaggi palestinesi. Anche a Brakha sono preesenti attività agricole (è visibile un nuovo impianto vinicolo di qualche ettaro), ma dalle poche informazioni che troviamo la situazione sembra essere più abitativa. Dopo le prime case private sono stati costruiti vari edifici su cinque o sei piani. L’idea era quella di abbassare i prezzi delle abitazioni per fare entrare giovani coppie all’interno della colonia. L’economia sembra essere basata più sull’intrattenimento: dalle mappe satellitari si possono notare più spazi verdi, alberghi, piscina, pizzeria e poi un’anfiteatro per concerti e una discoteca. Bel posto per far crescerei dei figli.
Sull’ultimo versante invece si presenta un nuovo scenario: sulla cima della collina svetta una base militare israeliana, poco più a valle un nuovo avamposto, fondato circa due mesi fa alla presenza di Ben Gvir di cui ancora non é stato deciso il nome. Della sua costruzione ci informa un produttore di olio della zona, Mr. S., che aggiunge: è grazie a lui (B.G.) che il mondo ha potuto vedere il vero volto d’Israele.
Quello che vediamo noi al di là della collina ogni giorno, ogni ora, da qualsiasi campo in cui ci troviamo. Forza Mounin.
