Report 12 – 27/10/2026
È il nostro ultimo giorno di raccolta e non pensavamo di risvegliarci così. Il citofono suona alle 5 del mattino: è S., il nostro vicino, che ci comunica che in piena notte G. e altri 11 palestinesi sono stati sequestrati, chiusi all’interno di una casa nel villaggio e sottoposti a interrogatori.
Poco dopo apprendiamo che l’IDF non solo è entrato nel villaggio, ma ha anche occupato un edificio civile nel centro di Burin, creando un nuovo avamposto e issando due bandiere israeliane sul tetto.
Nel frattempo nei villaggi di Madama e Beita, a pochi chilometri da Burin, le forze di occupazione israeliane stanno demolendo con dei bulldozer i monumenti dedicati ai martiri palestinesi e rimuovendo pali della luce, lasciando intere zone senza elettricità.
Il nostro umore è a terra. Solo la sera prima avevamo programmato di raccogliere le olive con la famiglia di G., per poi pranzare tuttx insieme prima della nostra partenza. La calma apparente del giorno prima ci si rovescia addosso. Vorremmo restare, ma decidiamo di andarcene. La nostra presenza qui, in questo momento, potrebbe rappresentare un ulteriore rischio, soprattutto per G.
È il giorno delle elezioni e questo ci viene sbattuto in faccia dalla massiccia presenza di militari, dalla chiusura dei check point e dalle strade alternative che siamo obbligatx a prendere per riuscire ad arrivare a Betlemme. Durante il viaggio veniamo informatx che tutte le persone sono state rilasciate, eccetto G. e un altro a cui hanno confermato l’arresto. Al momento ancora non si sa dove siano stati portati.
Mentre scriviamo questo ultimo report siamo molto turbatx e arrabbiatx, quasi non vorremmo farlo, eppure non possiamo non pensare a quanto è stato intenso conoscere così da vicino, seppur per un brevissimo tempo, la resistenza palestinese legata alla terra. Le parole per raccontare queste due settimane ci mancano, perciò proviamo a far parlare le immagini: il volto felice e sorridente di A. mentre lancia i sacchi di olive soffiati sotto il naso della colonia, nella tramoggia del frantoio, in attesa di scoprire il sapore del suo olio. I vari contadini e contadine che prendono per il culo noi ajanib per come ce la diamo a gambe levate con i coloni. B. che ci suona fischia il vento con l’app pianoforte del telefono. A. Che si sdraia all’arrivo dei militari in campo e ci versa il caffe in un gesto di complicità e cura. Ogni invito ricevuto e tutti i maqlube mangiati. Pulire le olive nel telo con Z., restando in un dolce silenzio. Scoprire che non era un sasso ma sei molotov. I cori da stadio cantati a squarciagola per sostenere il burin sul campo da calcio, nei campi di olive o sotto il balcone delle vicine. Guardare da fuori la porta di casa il tramonto su quella merda di Tel Aviv ma sapere che l’alba sorge sulla Palestina.
Quando l’occupazione si appropria della tua terra non rimane altro che, dal basso, organizzarti per andare a rubare quelle olive che in realtà sono tue. E in queste due settimane siamo statx ladri di ulive insieme.
“Iani, l’olio di Burin è il migliore del mondo perché mescolato con i gas lacrimogeni, naturalmente piccante” cit. G.
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