Storie di R-esistenza patagonica

La nostra Nina (Antonia) è in viaggio in Sud America e ci manda dall’Argentina questo racconto di resisternza contadina



Terra, acqua, aria e fuoco.

È proprio da quest’ultimo elemento che mi piacerebbe cominciare per raccontarvi l’Argentina che ho avuto modo di conoscere alle porte del 2026.

La Patagonia brucia. Ma che cosa esattamente brucia? 

La Patagonia è un territorio immenso, così come l’Argentina. Comprende 5 provincie: Neuquén, Río Negro, Chubut, Santa Cruz e la remota Tierra del Fuego.

Un territorio esteso e immensamente ricco.

Ricco di paesaggi paradisiaci, montagne tenui e aspere, riserve di acque dolci, pure e cristalline, lagune limpide incastonate nelle valli della cordigliera, fiumi turchesi, cascate e sorgenti, impenetrabili e maestosi ghiacciai, boschi sacri e oceani di steppe.

Ma quindi che cosa brucia esattamente?

Bruciano le rare e fragili foreste vergini di specie native sopravvissute allo scempio colonizzatore dell’ ultimo secolo. Bruciano gli estesi boschi di alberi esotici, tra i quali il pino, protagonista indiscusso degli incendi, che alimenta il fuoco grazie alla sua resina altamente infiammabile e, prolifera, grazie alla nefasta attitudine fenicia di poter non solo rinascere ma addirittura moltiplicarsi dalle proprie ceneri e dal suolo acido, làscito infausto della decomposizione dei suoi stessi aghi. Brucia la steppa arida, preludio di un deserto annunciato. Bruciano recinzioni e quinchos (capanne tradizionali) che delimitano e offrono contenimento e rifugio agli animali allevati allo stato brado, bruciano chacras (fattorie) e case di gente umile e dissidente, che sfugge ai dettami del capitalismo, che vive con poco e serenamente. Serenamente prima della catastrofe.

Il copione è sempre lo stesso: istituzioni assenti con l’aggravante di uno stato negazionista del cambiamento climatico. I fondi alle misure preventive e contenitive degli incendi sono stati dimezzati nell’ultimo anno.

Malgrado ciò, la popolazione patagonica, vittima del cambiamento climatico, della corruzione politica, di anni di malagestione forestale culminata in abominevoli strategie di esproprio delle comunità indigene, sfruttamento corporativo del territorio, speculazioni immobiliarie e greenwashing, risorge, si attiva, ricostruisce.

A differenza del pino che invade e impera, gli abitanti della Comarca Andina lottano con due armi inespugnabili: empatia e solidarietà. Empatia per chi ha subito danni, solidarietà attiva che porta a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare: da risorse basiche e facilmente accessibili come la legna degli alberi abbattuti in seguito agli incendi, l’argilla e la sabbia dei boschi bruciati e la paglia delle steppe assolate, la popolazione di Epuyen e dintorni, insieme a persone volontarie provenienti da svariate parti dell’Argentina e del mondo ricostruiscono case, quinchos e chacras. Dalle abbondanti raccolte degli alberi selvatici ricchi di frutta e dalle donazioni delle persone solidali, un “gruppo cucina” trasforma centinaia di pasti al giorno per la comunità dedita alla ricostruzione e alla minga.

La minga è un meccanismo noto nelle comunità indigene di tutto Latino America è consiste nel mutuo aiuto tra la stessa gente appartenente alla comunità. Rappresenta uno strumento di unione ancestrale, esercizio di solidarietà intrinseco e fondamento del vincolo comunitario. Al giorno d’oggi minguear è una pratica determinante per la sopravvivenza delle comunità che vivono in contesti ambientali e sociali estremamente vulnerabili, abbandonati e minacciati dagli abusi e dai soprusi dello stato-corporazione.

Ed è così che, se gli incendi lasciano spazio a possibili scenari di ulteriori e selvagge speculazioni del territorio, la popolazione colpita è già pronta a opporsi e a ricostruire la propria autodeterminazione, dissociandosi da quello stesso stato che qualche settimana fa ha approvato in senato la riforma de “la ley de glaciares“, legge avanguardista introdotta nel 2010 per salvaguardare le più grandi riserve di acqua dolce del nostro pianeta (ghiacciai perenni e permafrost), ridiscussa e in corso di modifica per ridefinire quali aree glaciali e periglaciali rientrano nelle zone protette e quali, contrariamente a prima, potranno ammettere attività estrattiviste di minerali e/o idrocarburi, grandi opere e infrastrutture.

Se il fuoco brucia toccherà spegnerlo con acqua contaminata, ammesso che ne rimanga. Le imprese estrattiviste si sfregano le mani e sono già pronte a perforare ghiacciai, detonare tonnellate di esplosivo nel ventre della cordigliera e avvelenare le falde acquifere in nome del libero mercato e del progresso tecnologico a spese dello stupro di montagne sacre e del saccheggio di litio, rame, oro, uranio e terre rare.

Ed è così che concludo la narrazione di questo intenso mese patagonico, raccontandovi, da queste lande estremamente ventose, degli elementi essenziali al ciclo della vita: fuoco, acqua e terra. Questi elementi sono entità che, se non rispettate, protette e celebrate ci catapultano nell’ oblio di una morte catastrofica senza dignità e gli abitanti della Comarca Andina lo sanno. 

Tanto amore e tanta gratitudine a tutte le persone che fanno parte di RECOSTRUYENDO EPUYEN e della COCINA SOLIDARIA, a tutte le epuyeneresbrigadistas e voluntaries che dedicano anima e corpo alla ricostruzione. Solidarietà alle persone damnificadas, che hanno perso ogni bene materiale ma non la solidarietà e la comunità.

#RECONSTRUYENDOEPUYEN

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