Attacco alla terra, la guerra nella guerra; L’Ecocidio



Nel weekend del 14-15-16 marzo, Mondeggi Bene Comune sarà presente a Enotica 2025 con il suo olio, il suo vino, le sue cose buone da mangiare (e cucinate sul posto). In occasione del festival di quest’anno, che solidarizza con il diritto alla terra dei palestinesi, il nostro Francesco ha scritto per il bollettino di Enotica un articolo che racconta la sua esperienza proprio in Palestina.
Buona lettura.


Il rapporto con la terra è da sempre il fulcro principale di ogni azione umana. Che si tratti di coltivarla, manutenerla, rivendicarla, conquistarla, sfruttarla o banalmente percorrerla, il nostro destino è legato ad essa.
Il suolo e le sue ricchezze siano esse vegetali, minerali, animali, funghi o batteri, creano complessità e quella trama sottile e spontanea che è una delle ragioni per cui siamo in vita.
Da sempre l’umanità combatte per la terra, per il suo possesso, per la sua ricchezza, per la sovranità su di essaLa guerra crea un paradosso enorme. In quanto gesto di dominio violento, politicamente quasi sempre rivendicato come necessario, finisce per essere il modo in cui quella terra tanto reclamata viene invece violentata, distrutta, avvelenata, resa irriconoscibile. Come in una relazione violenta tra due persone, nel nome dell’amore si agisce con violenza, possesso, controllo.
La guerra distrugge non solo le vite di migliaia di persone, ma devasta ecosistemi, annienta la biodiversità. Tonnellate di detriti come residui di ordigni bellici, metalli pesanti contaminano il suolo e le falde acquifere.
Gli attacchi sulla Palestina hanno reso la regione del Vicino Oriente quella più pericolosa per i civili e più mortale per la biodiversità. La quantità di detriti generata dai bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza ha superato i quaranta milioni di tonnellate. I metalli pesanti come piombo, antimonio, cromo, arsenico, mercurio, nichel, zinco, cadmio e rame sono tra i contaminanti più frequenti e persistenti nelle zone di guerra. Le bombe hanno fatto collassare il sistema di gestione dei rifiuti e delle acque reflue, costringendo le persone rimaste a vivere tra le macerie ad alimentarsi di cibi e bevande contaminati e insalubri. I bombardamenti incessanti e il movimento continuo di mezzi militari hanno rilasciato nell’atmosfera enormi quantità di sostanze nocive, alterando gravemente la qualità dell’aria: si parla 281mila tonnellate di CO2, un dato superiore alla quantità rilasciata nell’atmosfera da venti paesi nel mondo, nel corso di un anno.
L’ultima valutazione effettuata con dati satellitari dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e dal Centro satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT), ci ha mostrato che quasi il 70% dei terreni agricoli di Gaza sono compromessi. Danni significativi si registrano anche alle infrastrutture agricole. Sono danneggiati complessivamente 1.188 pozzi agricoli (52,5 percento) e 577,9 ha di serre (44,3 percento); le serre di Rafah sono quasi completamente distrutte, il 95% dei capi di bestiame (vitelli, pecore) sono stati abbattuti, solo l’1% del pollame è sopravvissuto, il che è del tutto insufficiente per il fabbisogno della popolazione rimasta. Clara Capelli, un’economista dello sviluppo esperta di Medio Oriente, in un intervista sul nostro sito (mondeggibenecomune.org) recita: “Gaza non esiste più”. L’agricoltura a Gaza era principalmente composta da alberi da frutto, agrumi, orticole e fragole (cultura di pregio di Gaza), allevamenti e pesca. Clara ci spiega come le percentuali riportate nel rapporto FAO non sono esaustive. Le macerie e detriti impediscono la verifica dell’estensione dei danni perché impediscono la mobilità delle persone e l’accesso ai campi coltivati. Impossibile verificare correttamente i danni. Pescare non è più possibile, nutrire gli animali sopravvissuti è una sfida, quello che è possibile è un po’ di sopravvivenza e poco più. “La giustizia internazionale mi auguro si esprimerà sulla questione dell’intenzionalità” aggiunge, quasi inutile continuare a quantificare i danni, conviene concentrarsi su quel poco che rimane.
Ecco che alla parola “guerra” (nel caso specifico genocidio), si affianca “ecocidio”.

Una non esiste senza l’altra.

Dopo il 7 ottobre, il processo in atto di devastazione e appropriazione dei terreni ha subito un’impennata. Non solo a Gaza. L’olivicoltura e il pascolo, i principali strumenti di sopravvivenza e sussistenza in Cisgiordania, sono bersaglio dell’esercito e dei coloni. Molti campi non sono più curati e le stagioni future sono compromesse. Le persone hanno paura, ma resistono. In West Bank è sempre stato pericoloso essere una contadina o un pastore. Se vivi vicino a delle colonie israeliane, portare le pecore al pascolo o fare la raccolta delle olive può essere un problema serio.

Io, che in quelle terre ci ho vissuto, ho visto tutto quello che un umano socializzato e indottrinato dalla violenza e dal delirio di dominio può commettere. Ma anche tutta la resistenza e la dignità di un popolo che la propria terra non l’abbandonerà mai.
L’anziana donna palestinese che ci ospitava nella sua casa nel sud della West Bank, più precisamente nel villaggio di At-Tuwani, tra le South Hebron Hills, era un’esperta di terra.
In quelle zone, nell’area C, l’occupazione militare israeliana demolisce scuole, moschee, pozzi, ricoveri per animali, case, blocca accessi a strade percorribili e a terreni coltivabili. Anche l’occupazione civile israeliana, fatta da coloni estremisti nazional-religiosi, si declina nella sua forma più violenta: attacchi a pastori, contadine, scolaresche che percorrono a piedi valli per raggiungere le scuola più vicine; avvelenamento di pozzi, terreni e animali. In quell’area, dunque, dove l’occupazione israeliana è un lento stillicidio, una comunità di contadini e contadine palestinesi continua a presidiare la sua terra e resiste ad un assedio indiscriminato che dura oramai da decine di anni. La nostra ospite, la Jadda (nonna in dialetto locale) era una delle fondatrici morali di questa comunità, attivista e partecipante instancabile della lotta contro l’occupazione, nonché contadina da quando era bambina.
Anche quando lavorava a piedi nudi la terra, diserbando a mano i piccoli ulivi, falciando il grano o preparando il pane nei forni interrati al-taboon, parlava dell’importanza dell’equilibrio, dell’ascolto reciproco, dell’evitare la rabbia; e poi dell’importanza di un uso costante delle mani, della cura e degli occhi attenti che si guardano intorno (solo dopo avrei capito cosa intendesse con quest’ultima frase).
Era emozionante sentirla parlare. Lei si rapportava alla terra come ci si approccia a una parente, un essere che vive mangia e dorme nella tua comunità. La frase che disse e che ancora ricordo fu durante una marcia per la pace, una delle tante azioni dirette che il Comitato di resistenza nonviolenta della zona di Masafer-Yatta (South Hebron Hills) spesso organizzava per la rivendicazione delle proprie terre, dei pascoli, dei seminativi e della sicurezza nel percorrere quelle vie che collegavano tutti i villaggi della zona.
Il giorno della marcia, eravamo davanti alla colonia di Ma’On. Siamo partiti presto dal villaggio, il punto di incontro era la scuola, l’unica scuola sicura dell’area, dove si poteva garantire l’istruzione fino a quella che noi riconosciamo adesso come media superiore. La marcia avrebbe percorso un sentiero molto vicino a una delle colonie israeliane più pericolose della West Bank, Ma’On appunto, ed il suo avamposto Havat Ma’On. Noi internazionali abbiamo le telecamere, le macchine fotografiche. Siamo pronti perché di solito i coloni arrivano in tanti, danno fuoco ai campi, agli alberi da frutto, agli ulivi, alle abitazioni delle persone, ai ricoveri per gli animali. Puntano ad annientare l’agricoltura, la sicurezza alimentare, facendo leva sulla paura, minacciando l’incolumità delle persone. I coloni escono e provano ad avvicinarsi per provocare, per intimorire, sono mascherati hanno bastoni e fionde, corrono incontro alle persone. I soldati dell’IDF, che in teoria dovrebbero allontanare i coloni violenti, li proteggono e non fanno cenno di muoversi. Le persone sono tante, la comunità è forte, l’energia è tale che riusciamo ad attraversare le colline senza cedere alle provocazioni e senza feriti. La Jadda guarda i coloni, ride e urla contro di loro, urla agitando le mani in alto mostrando bene i palmi e poi si piega su se stessa di scatto ad afferrare la terra, così di seguito almeno tre o quattro volte. Io sono lontano non sento niente, ho solo timore che le succeda qualcosa, ma tutto bene. La marcia arriva a destinazione, è il villaggio di Tuba. Come At-Tuwani è vicinissimo all’avamposto di Havat Ma’on, pericoloso per i bambini e le bambine andare a scuola senza essere attaccati, per questo scelto come punto di arrivo della marcia.
Io seguo la Jadda e rientro a casa con lei, con i suoi figli ed i suoi nipoti. C’è da preparare la cena, è da tempo che gli internazionali uomini sono ammessi all’aiuto senza imbarazzo, mi seggo accanto a lei e comincio ad arrotolare foglie di vite con il riso dentro. La Jadda non parla inglese, al tempo ero preparato per conversazioni informali in arabo e le chiedo cosa stesse urlando oggi ai coloni con tanta foga. Lei mi risponde secca e precisa mentre impasta il pane in una nuvola di farina: “Gli ho urlato ‘Avete smesso di rispettare la terra perché avete smesso di toccarla con le mani!’”. Poi, verso di me: “Se l’uomo camminasse con le mani non ci sarebbero problemi, e invece no! Abbiamo deciso solo di camminarci sopra con i piedi, con le macchine, per questo non la rispettiamo!”.
Noi la terra la calpestiamo e basta, ecco perché non la rispettiamo. Crediamo che siccome ci sta sotto i piedi la possiamo dominare, comandare, rivendicare, distruggere, controllare, sfruttare. Questo capii all’epoca.

La guerre sono responsabili dell’agricidio e dell’ecocidio delle terre.

La guerra é la distruzione volontaria e deliberata di un ecosistema, uccide le persone nel presente, vuole cancellarne la memoria e la cultura del loro passato, compromette e condanna la vita di chi è rimasto mettendo a rischio la sopravvivenza nel futuro.
Secondo ACLED (un’organizzazione dedicata alla raccolta, analisi e mappatura di dati relativi a guerre, scontri armati e violenze nel mondo), i conflitti attualmente in corso a livello globale interessano cinquanta paesi.
Cinquanta paesi per un totale di quasi 56 conflitti armati in corso.

Il 27 febbraio 2024 il Parlamento europeo ha adottato una nuova direttiva sul “Ripristino della Natura” segnando un momento decisivo nel diritto penale europeo ai fini della protezione ambientale, a seguito della proposta della Commissione europea del 2021. La direttiva, infatti, introduce de facto il crimine di ecocidio. In data 11 aprile 2024 il testo finale è stato firmato dalle istituzioni competenti. Tale direttiva si muove verso un importante orizzonte, ovvero che il diritto internazionale da tendenzialmente antropocentrico aggiunga il fattore della considerazione del valore ambientale o del carattere protetto di un habitat nel valutare la condotta come criminosa per quei soggetti che volontariamente o per negligenza creino un danno diffuso e sostanziale all’ambiente.

Come membri della comunità agricola di Mondeggi Bene Comune stiamo lavorando a dei gemellaggi assieme a delle realtà operanti in Cisgiordania con l’obiettivo di creare un piccolo movimento di persone che attivamente porti il proprio contributo nei momenti più duri e pericolosi del lavoro agricolo ad esempio la raccolta delle olive. Una rete di supporto e solidarietà attiva che si organizza e si mette a disposizione, ovviamente sempre coordinata e organizzata assieme alla gente del luogo. Questo ci immaginiamo.

La Jadda aveva ragione, basta toccare la terra per rispettarla, più semplice di così….
Iniziamo assieme.

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