Diario dalla Palestina 2026: C.A.S.A. 01

Siamo tornat* in Palestina con il progetto C.A.S.A.

Siamo ospiti in una casa presa apposta per noi nel villaggio di Burin a sud di Nablus. Cooperiamo attivamente con la Cooperativa Land and Farming in Burin.

Siamo in tutto quasi 20 persone tra progetto C.A.S.A e di Operazione Colomba, da quest’anno c’è una nuova collaborazione tra queste due organizzazioni che hanno creato una simbiosi operativa sul campo. L’esperienza decennale di Operazione Colomba per il monitoraggio del territorio si somma alle competenze tecnico-agricole, in campo, di C.A.S.A.

L’obiettivo è lo stesso dell’anno scorso: il raccolto delle olive insieme ai palestinesi, lo scambio e la solidarietà tra due mondi contadini.

Qualcuno è passato e ha raggiunto la Cisgiordania. Qualcun altro è stato fermato dalle autorità sioniste d’occupazione, detenuto e rispedito in Italia. Ci ritorneremo con un racconto più dettagliato.

Per ragioni di sicurezza, abbiamo aspettato qualche giorno prima di pubblicare i primi report. Eccoli qui di seguito.



Report 1 – 16/10/26

Oggi primo giorno di raccolta a Burin, nel West Bank a sud di Nablus, continuazione del progetto C.A.S.A. iniziato lo scorso anno. A questo giro siamo di più, 13 persone al posto che 6, e quindi di giorno in giorno possiamo dividerci in tre gruppi. I controlli si sono infittiti e la presenza dei coloni è più pressante e il loro livello di aggressività e impunità si è alzato.
Anche per questo la sveglia è molto presto, alle 5 pronte per evitare di incontrare i coloni e recuperare tempo prezioso: “La vostra sicurezza è la mia sicurezza”, citando G.
Due dei gruppi raccolgono sotto un avamposto in area C e dopo due ore una vedetta grida “mustauten”: ci sono coloni nei paraggi. Abbandoniamo velocemente il campo, mettendo comunque in salvo tutto il raccolto, con la felicità esultante di H.
Il terzo gruppo, quello in zona B e valutato con un livello di rischio più basso, ha subito a sua volta ripetute intimidazioni da parte dei coloni. Anche in questi casi neanche un’oliva è stata lascia indietro. I quad dei coloni sono stati visti prima in lontananza e nel giro di pochi minuti, il tempo di caricare la macchina, ci sono passati accanto proseguendo dritti su una strada che fino a poco tempo fa non era soggetta alle loro incursioni.
Riempire i sacchi è immediato: gli alberi sono stracarichi e le olive gigantesche.
Il tempo del raccolto si intreccia con momenti di convivialità, mangiamo insieme sedute per terra, in mezzo al campo o a casa di chi ci ospita, riappropriandoci di un gesto negato quotidianamente dall’occupazione sionista.
Concludiamo la giornata al frantoio sociale di Burin e condividiamo con i contadini Palestinesi la loro soddisfazione: abbiamo raccolto insieme circa dodici quintali di olive con un resa stimata del 25%.

Report 2 – 17/10/26

Oggi é sabato ed è Shabbat. Durante questa giornata di riposo ebraico, i coloni all’orizzonte sono vestiti di bianco e si riuniscono nei loro insediamenti. G. ci ha raccontato che da sei mesi a questa parte i coloni in queste giornate organizzano marce che passano per il centro di Burin scortati dall’esercito con chiare intenzioni provocatorie.
L’occupazione sionista coglie l’occasione della giornata di riposo per rendere la sua presenza violenta e capillare. Oggi siamo state suddivise a raccogliere in campi tranquilli: anche i contadini del villaggio non vogliono alzare il conflitto in questa giornata delicata. Come la stampa internazionale ha riportato nelle ultime ore, i villaggi tra Burin e Ramallah sono provati dai fatti accaduti ieri: incendi di auto palestinesi, incursioni invasive dei coloni in campi di ulivi, feriti tra palestinesi e giornaliste. All’interno della comunità con cui scendiamo in campo sono stati riportati furti di materiale importante quali reti, abbacchiatori e olive giá raccolte.
I tre gruppi hanno raccolto senza particolari intoppi. Con l’arrivo di tre membri di Operazione Colomba i quali accompagneranno la raccolta fino al termine del progetto, si aggiunge l’ esperienza di monitoraggio del campo che permetterá di procedere con un ulteriore grado di sicurezza. Questo ha reso possibile rimanere operative piú di otto ore raccogliendo circa dodici quintali di olive già consegnate al frantoio.
Il tutto accompagnato dalla calda ospitalità palestinese che con determinazione continua ad affermare il radicamento alla propria terra.

Report 3 – 18/10/26

Sveglia alle 6. Mezz’ora dopo arriva la notizia: l’IDF è nel villaggio.
La raccomandazione è quella di non uscire di casa, questa giornata di raccolta si fa attendere. È domenica, giorno di scuola e di lavoro in Palestina. Quando le forze di occupazione lasciano il villaggio iniziamo a partire per i campi. In una delle olivete dopo poche ore arriva l’allarme dell’arrivo dei coloni dall’avamposto. Il gruppo di raccolta riesce comunque a portare via l’intero raccolto e fuggire verso casa di A.. Dopo poco tempo l’IDF torna al villaggio, il pretesto è che qualcuno abbia lanciato una pietra contro la loro camionetta e lo stanno cercando, arrivano dove stiamo raccogliendo: quello che l’anno scorso era un campo considerato “tranquillo”, poiché all’interno del villaggio, quest’anno non lo è più. Alla famiglia che coltivava il campo viene violentemente intimato di fermarsi e sedersi, così abbiamo fatto anche noi. Le due donne della famiglia si sono interposte, mentre il nonno un uomo forse più anziano dell’occupazione, si è avvicinato a noi per versarci del caffè, come se le grida di quei militari antisommossa non esistessero neppure. La situazione sembrava essersi risolta, ma quando credevamo di poter tornare al lavoro in sicurezza, le camionette dell’esercito sono tornate: questa volta con un drone. I contadini ci invitano a nasconderci più in alto e dovremo aspettare almeno un’ora prima di poter tornare a raccogliere.
Due blindati dell’esercito passano vicino a casa di A. Uno si ferma, i soldati scendono a piedi a pattugliare la zona, mentre il drone continua a sorvolare il villaggio. La tensione è alta e il contadino ci invita dentro casa sua per evitare incontri spiacevoli. Da li abbiamo una visuale chiara delle case attorno. Due case più in la vediamo i blindati dell’IDF fermi all’ingresso. Il figlio di A. Ci spiega che in quella casa abita suo zio che in quegli istanti viene ammanettato, bendato, messo in ginocchio e picchiato prima di essere caricato e portato via per essere interrogato. Nel frattempo negli altri campi la situazione resta tranquilla, riuscendo a concludere la giornata di raccolta e godersi anche i momenti conviviali – comunque immancabili anche nelle situazioni più tese.
Il resto del pomeriggio lo passiamo allo stadio di Beita, a tifare per la squadra di calcio giovanile di Burin, che con la vittoria del campionato si aggiudica l’ingresso nella serie A palestinese.
L’animo è alto e come tutti i momenti di convivialità, l’evento sportivo, partecipato dalle comunità di Burin e Beita ci insegna che ritagliarsi momenti per condividere la gioia dello stare insieme è un atto di resistenza che rivendica e si riappropria del diritto alla vita, alla felicità contro l’occupazione israeliana che quotidianamente si legittima attraverso il sopruso e il genocidio.
Palestina libera.

P.S.: gli abitanti di Burin si chiamano Burini e oggi “siamo tuttx burini e burine”

Report 4 – 19/10/2026

Un’altra giornata di raccolta a Burin.
La tranquillità di alcuni campi permette calma e chiacchiere; nonostante l’avamposto dei coloni a poche centinaia di metri ci si concede tempi sereni e conviviali. Caffè, pane, olio, zaatar e racconti.
Due contadine scelgono minuziosamente le olive più belle del raccolto per trasformarle in olive da tavola, di cui ci raccontano la ricetta. Con la stessa attenzione raccolgono ogni oliva caduta per terra o uscita da una rete. Una di loro è molto felice che uno dei suoi campi – bruciato dieci anni prima dai coloni – stia finalmente ributtando. Sembra che la tenacia di questi alberi sia la forza di questo popolo.
Un contadino ci racconta che nel contesto dell’occupazione hanno intrapreso un metodo di condivisione del raccolto tra chi ha ancora accesso alla terra e chi non più. Uno infatti racconta che dal 1996 ad oggi la sua famiglia è passata da avere 4000 ulivi a 200, e che alcune settimane fa uno dei suoi campi è stato incendiato dai coloni, bruciando la scarpata della collina e diversi alberi. Per fortuna quest’anno l’annata è buona, tante olive e poca mosca.
Contemporaneamente in altri campi non mancano le quotidiane incursioni dei coloni. Nel nostro caso una guardia della colonia si avvicina sempre di più a dove alcuni di noi stanno raccogliendo, impedendoci di lavorare, minacciandoci e puntandoci addosso costantemente il telefono per riprenderci. Ce ne andiamo e dopo pochi minuti arrivano due militari al seguito. Ci viene detto che in quel campo l’anno scorso i coloni non sarebbero mai arrivati.
Uno dei pretesti per cui l’esercito oggi si aggira nel villaggio è cercare un giornalista locale che avrebbe fotografato un colono, successivamente trovato e arrestato.
Queste incursioni non sono sempre state la normalità. Una signora ci racconta che fino a pochi anni fa, come da noi, la raccolta era un momento di festa, durante la quale veniva acceso il fuoco in campo per cucinare direttamente lì il pranzo per tutta la famiglia.
Nonostante tutto i momenti di scambio non mancano: oggi una delle nostre ha lasciato ad un contadino alcuni semi di girasole provenienti dalle campagne fiorentine. Per il contadino è stata una grande emozione, a ricordare come il legame con la terra si basa su piccole cose.

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