Oggi ci siamo divisi in tre campi, e ogni campo è stato estremamente diverso dagli altri. Una squadra ha raccolto ad Huwara, paese vicino a Burin. Qui, come già raccontiamo da giorni, arriva l’esercito, anche in questo caso con un soldato colono al seguito che lancia una granata sonora. Mentre a noi viene chiesto di mostrare i passaporti, tutte le persone palestinesi vengono fotografate. La raccolta finisce così e si torna a casa, ma non prima di decomprimere con una battle di canti.
Nel campo di Burin, appena arrivat capiamo che è una giornata di festa, con musica e cucina in campo, perché lontano dalle colonie e dalla strada principale. La stessa famiglia, però, solo pochi giorni prima ha ricevuto un’incursione violenta dai coloni.
Il terzo è un campo in cui raccogliamo da qualche giorno e lì abbiamo conosciuto Y, suo figlio e la nuora. Qui la raccolta dura solo metà giornata, al pomeriggio si smette perché al di sopra del campo, distante poche centinaia di metri, si trova l’avanposto, e al di sotto un campo recentemente occupato dai coloni in cui si cominciano a vedere manovre di costruzioni, un futuro avamposto, una futura colonia secondo il disegno di Israele. Oggi ci prendiamo il tempo di fare tante domande a Y., che con orgoglio ci racconta il suo punto di vista di lavoratrice per la cooperativa che siamo qui a sostenere:
Continuavamo a candidarci per vari posti di lavoro ma nessuno ci assumeva anche se avevamo una laurea e esperienza come insegnanti. Quindi abbiamo deciso di metterci in proprio nel settore agricolo. Lavoro da 13 anni nella cooperativa. Quando l’abbiamo avviata eravamo solo donne e uno shebab (ragazzo). Lo shebab fu arrestato dall’esercito dopo la prima giornata di lavoro e quindi abbiamo imparato tutto da sole. Piantiamo, raccogliamo e vendiamo verdure come cetriolo, pomodoro, cavolfiore, sesamo, pepe, prezzemolo, zucchine, peperoni, insalate, za’atar. Una volta raccolto gli ortaggi li diamo a vendere agli uomini, perché noi non possiamo.
Nella cooperativa ognuno conosce il suo lavoro: chi pianta, chi sorveglia, chi consegna i prodotti ai venditori. Quindi alla fine tutti collaborano e ciascuno sa qual è il suo ruolo. Ma ovviamente nella cooperativa noi donne siamo più numerose.
La cosa importante è che possiamo autoprodurci il cibo e non comprarlo da Israele. Coltiviamo la terra in Palestina impedendo a Israele di accedervi. La coltiviamo nel senso che restiamo saldamente ancorati alla nostra terra.
All’inizio lavoravamo tutti i giorni ma ora non ci stiamo andando più perché abbiamo paura dei coloni e hanno distrutto le nostre serre.
Torneremo alle serre e le distruggeranno di nuovo, torneremo e le distruggeranno di nuovo. Ma non le lasceremo mai andare.
se vuoi sostenere il progetto visita questa pagina o scrivi a (MAIL del progetto info@mondeggibenecomune.org
Qui leggi il report precedentehttps://mondeggibenecomune.org/2026/10/21/diario-dalla-palestina-2026-c-a-s-a-02/