Ha preso il via Coltivare Gaia-Formazione in Agroecologia, la scuola a cura di Mondeggi Bene Comune, Rete Semi Rurali e Agenda Ecologia dell’Unione Buddhista Italiana. Il primo modulo si è svolto nel weekend del 14-15 dicembre alla Casa del Popolo di Grassina (Fi). A seguire, i corsi occuperanno un weekend al mese fino a settembre 2025. Sedici ore di lezione distribuite tra sabato e domenica.
Obiettivo: formare una rete di formatori in agroecologia.
Quando è uscita la chiamata pubblica, che inizialmente puntava a costituire una classe di 30 corsisti, sono arrivate tantissime richieste, tutte molto qualificate, al crocevia tra studi accademici, pratiche contadine, attivismo nei movimenti. Il numero dei partecipanti è stato quindi allagato a 40 e purtroppo il comitato scientifico ha dovuto fare delle scelte: alla fine, sono stati esclusi candidati pur degnissimi. Tuttavia, l’accoglienza ricevuta dalla proposta fa ben sperare che Coltivare Gaia tornerà in edizioni future.
Qualcuno l’ha definito effetto farfalla, fatto sta che il corso non punta solo a trasmettere informazioni, bensì a costituire uno o più gruppi di lavoro che esportino il pensiero agroecologico nel resto d’Italia e anche oltre: “che mille fiori fioriscano”, diceva Mao Zedong.
Cosa intendiamo, dunque, per agroecologia?
Risposta stringata: applicare l’ecologia all’agricoltura, come dice il nome stesso.
Il problema di fondo è la vulnerabilità ecologica dell’agricoltura industriale, che “si è diffusa a spese degli ecosistemi naturali, trasformando circa l’80 per cento delle terre coltivabili globali in terreni coltivati realizzando spesso monocolture, ecologicamente e geneticamente omogenee, altamente suscettibili a insetti nocivi, agenti patogeni ed erbe infestanti”.
Questo dice Miguel Altieri, “guru” dell’agroecologia presente al primo modulo anche se da remoto, il quale aggiunge:
“La sfida consiste nel trasformare gli agroecosistemi basati su input esterni in nuovi agroecosistemi sempre più esclusivamente dipendenti dai processi ecologici. Il compito degli agroecologi risiede proprio nella progettazione di nuovi agroecosistemi che rafforzino le interazioni benefiche tra biodiversità sopra e sotto suolo, a livello di azienda agricola e paesaggio, in modo che la fertilità del suolo, la salute delle piante, la produttività e la resilienza delle colture derivino come conseguenza dell’ottimizzazione dei processi ecologici piuttosto che dell’applicazione di input esterni”.
Oltre che sulla lezione di Altieri, il primo modulo di Coltivare Gaia si è incentrato sui contributi di altri rappresentanti del pensiero agroecologico internazionale – Clara Nicholls, André Michelato-Ghizelini – e italiano – Cesare Pacini, Fulvio Vicenzo – con una chiusura più teorica di Andrea Ghelfi che, attraverso i pensieri di Chakrabarty, Haraway, Stengers, Latour, ha offerto suggestioni su come la riparazione ecologica possa farsi movimento, il che era già stato reso esplicito dal racconto dell’esperienza di Mondeggi Bene Comune da parte di Alessio Capezzuoli.
Dall’insieme dei contributi è emerso insomma come l’agroecologia sia non solo un insieme di pratiche agricole ma anche un movimento sociale. Un movimento che, avendo origine dall’agricoltura indigena/contadina soprattutto in Sudamerica (come hanno illustrato con diversi esempi Nicholls e Michelato) ha in sé anche una imprescindibile componente decoloniale (Vicenzo).
Da un lato, c’è l’applicazione di principi e concetti dell’ecologia alla gestione dei sistemi agro-alimentari; dall’altro, un approccio sistemico al concetto di sostenibilità che tenga conto di equità, giustizia, accesso alle risorse (Stephen R. Gliessman, Agroecology: The Ecology of Sustainable Food Systems, 2015), come ha rimarcato Cesare Pacini.
Questo doppio binario, fa piazza pulita dell’appropriazione da parte del capitale del termine “sostenibilità”: un vago rispetto dell’ambiente che garantisca soprattutto i profitti, cioè un’operazione di ribaltamento semantico per cui “sostenibile” non è riferito agli equilibri ecologici di Gaia o alla giustizia sociale, ma alla riproduzione del capitale stesso.
Se vogliamo banalizzare ulteriormente, Coltivare Gaia ci serve, tanto per cominciare, a non farci infinocchiare dall’appropriazione da parte del governo di termini come “sovranità alimentare” – “una politica industriale che punti a difendere le nostre eccellenze” (Giorgia Meloni) – o da parte della Barilla del concetto di “sostenibilità”, piegato alle esigenze dell’impresa.
Da qui, anche dai termini, si parte per costruire un percorso comune radicale ma praticabile.
