Il modulo della scuola di agro-ecologia “Coltivare Gaia” incentrato sulle nuove tecnologie in agricoltura, che ha ospitato l’intervento di Alex Giordano – di Rural Hack – poi pubblicato su questo sito, ha innescato un intenso dibattito dentro e fuori Mondeggi Bene Comune. A distanza di alcune settimane, in seguito a contributi di varia natura, è emersa la necessità di una nostra presa di parola su un tema quanto mai attuale all’interno del mondo contadino.
Premessa: il breve contributo che segue sarà denso di punti interrogativi, metaforici e non. A chi pretende di fornire risposte abbiamo sempre preferito chi stimola ad elaborare le giuste domande; l’adesione al dogma e la diffusione del Verbo li lasciamo volentieri ai professionisti della fede, qualunque essa sia.
Riassumiamo brutalmente per questioni di spazio: all’interno del variegato fronte anticapitalista il dibattito sulla natura dello sviluppo tecnologico, sulle sue potenzialità emancipatrici, sul suo irriducibile orizzonte di dominio, è vecchio quanto il capitalismo stesso e conta i posizionamenti più disparati. Ad oggi, ci sentiamo di affermare che anch’esso, come tutte le cose di questo mondo, non può essere considerato neutro: in esso proliferano le contraddizioni e i conflitti che attraversano i rapporti sociali e di produzione, che ne orientano senso e direzione. L’accelerazione vertiginosa della tecno-scienza cominciata con la prima rivoluzione industriale, e la conseguente pervasiva diffusione di dispositivi di ogni genere alimentati da input energetici esterni, ha stravolto per sempre rapporti eco-sistemici e vite umane. Il mondo in cui viviamo, e in cui operiamo come contadini e contadine, è permeato dalla tecnologia: il nostro stesso sapere agro-ecologico è relativo ai dispositivi con cui siamo cresciuti e che siamo in grado di maneggiare; senza di essi, oppure senza l’energia fossile necessaria in molti casi ad attivarli, ogni attività agricola che non sia simbolica o di mera sussistenza rischierebbe la paralisi. Il costo di tutto ciò è rappresentato dalle odierne dinamiche estrattiviste che attraversano il pianeta da un capo all’altro, che quotidianamente denunciamo nel nostro agire.
A fronte di questo fosco scenario, in cui il desiderio di autonomia si scontra con la dipendenza strutturale verso gli stessi attori dai quali si cerca l’emancipazione, è quindi possibile posizionarsi criticamente senza subire in maniera passiva le scelte che ci hanno investito dall’alto in passato? È possibile adottare un approccio laico che vada oltre la sterile denuncia sistematica del “nuovo”, che troppo spesso coincide con un’accettazione silente? In altre parole, possiamo concentrare la nostra attenzione sul fatto che le tecnologie che adottiamo siano appropriate o meno, o addirittura adattabili e “hackerabili” per quello che ci serve realmente, aperte e replicabili, accessibili in termini di costi e di risorse locali?
Questo, secondo noi, è il nucleo del dibattito attualmente in corso sull’hi-tech in agricoltura; che quindi può auspicabilmente trascendere le nuove tecnologie, per definire un approccio in grado di negoziare con la tecnologia tutta. Approccio che, proprio per la dipendenza dell’attività contadina attuale da una vasta gamma di dispositivi tecnologici non riproducibili o non attivabili in maniera autonoma, non può non essere pragmatico. Ma pragmatico non è sinonimo di supino: è l’arbitrio di cui ancora disponiamo, come esseri umani e come contadini e contadine, a consentirci di scegliere in maniera critica e di criticare in maniera attiva. Senza scendere nel particolare e cominciare a snocciolare esempi, esistono dispositivi di ultima generazione in grado di sostenere i contadini e le contadine nell’adozione di pratiche agro-ecologiche altrimenti complicate, così come (molte) soluzioni alienanti il cui obiettivo è erodere sapere e promuovere la dipendenza verso i colossi dell’agribusiness; oppure soluzioni adatte ed applicabili alla piccola scala, ed altre invece che concorrono ad ampliare la scala a dismisura.
È alla nostra portata la capacità di analizzare attentamente i dispositivi da utilizzare caso per caso, valutandone impatto ambientale e sociale, dipendenza da input esterni, reale necessità applicativa, possibilità di intervento su di essi, potenziali alternative maggiormente sostenibili, riservatezza e controllo diretto e completo sui dati acquisiti, possibilità di recesso; questi sono solo alcuni dei criteri di giudizio che possono essere utilizzati, per mettere a verifica tecnologie vecchie e nuove. Tutto ciò che usiamo è potenzialmente oggetto di esame: trattore, intelligenza artificiale, collare GPS, manichetta per l’irrigazione, solfato di rame, atomizzatore, aratro, furgone, database, mungitrice, pannelli solari e chi più ne ha più ne metta. In relazione alle diverse esigenze e sensibilità delle diverse comunità agro-ecologiche, alcune soluzioni possono essere quindi abbracciate, altre adottate a malincuore in mancanza di meglio o per – ahinoi – rimanere a galla nel mercato, altre ancora rispedite direttamente al mittente e denunciate in quanto nocive per l’eco-sistema e/o strumenti di sfruttamento. Oppure – e questo è un approccio stimolante quanto impegnativo, che necessita di supporto e competenze provenienti da altri settori – mitigate nei loro effetti nefasti o addirittura ribaltate di segno attraverso un’azione trasformatrice dal basso.
La domanda che si impone a questo punto è la seguente: possono i contadini e le contadine, con i mezzi a loro disposizione, destreggiarsi all’interno di questo terreno ostico, che mescola etica e tecnica, ideali e produzione? Forse no; o forse sì, a patto di conoscere ciò di cui si parla. A questo serve creare reti contadine, rompendo l’isolamento delle campagne: a dar vita a circuiti in cui il sapere è socializzato, in cui si stimola il confronto costruttivo come momento di crescita collettiva. D’altronde se è difficile combattere ciò che non si conosce, è impossibile farlo da soli.
La comunità di Mondeggi lavora sulla terra, con la terra e con le forme di vita non umane che ospita: è la cura di questa complessità di relazioni, la stessa che ci tiene in vita e che alla vita dona senso, l’orizzonte verso il quale camminiamo; e forse è solo sapendo dove si vuole andare, che si riesce a valutare davvero con quali mezzi è opportuno arrivarci.
Per concludere, alla domanda banale se la tecnologia è utile in agro-ecologia, la replica per noi è altrettanto banale: “dipende”; che poi è la più frequente delle risposte nel momento in cui si interroga un/a contadino/a rispetto a ciò che fa tutti i giorni.
Comitato Mondeggi Bene Comune
