Verso il compleanno di Mondeggi #2: E come Estrattivismo

Sabato 21 giugno 2025, alle 14:30, nell’ambito della due giorni “Dalla parte del lombrico” che celebra l’undicesimo compleanno di Mondeggi Bene Comune, avrà luogo “Le convergenze del suolo“: tre tavoli tematici in cui realtà collettive e singoli attivisti discuteranno alcune delle questioni centrali della lotta ecologista e per la giustizia sociale.

 
Il filo conduttore saranno tre domande:
1- quali pratiche trasformative, specifiche e situate, stiamo mettendo in campo o vogliamo sperimentare per riparare suoli e territori?

2- quali battaglie giuridiche si stanno conducendo per difendere i territori e in che misura la produzione di nuovi diritti potrebbe favorire la difesa e la riparazione dei suoli?

3- quali iniziative di coordinamento e comunicazione possono favorire la convergenza climatica e sociale?



Il secondo tavolo avrà come titolo Estrattivismi, contaminazioni e lotte territoriali e così l’abbiamo presentato:


L’estrattivismo è la forma specifica con cui la valorizzazione capitalistica si relaziona alla natura e ai territori. La natura distruttiva dell’estrattivismo riplasma ecosistemi e forme di vita, fino ad alimentare l’estrema frontiera del regime di guerra. Le conseguenze sono nei nostri corpi, nell’aria, nell’acqua, nei suoli, nelle nostre montagne e nella semplificazione biologica e culturale dei territori. Il consumo e la contaminazione del suolo sono determinati dalla filiera del cemento (dai capannoni industriali alle grandi opere), da modelli di produzione energetica accentrati, dal processo di digitalizzazione in atto, da processi produttivi non circolari e inquinanti. Deturpazioni dei suoli collegati a meccanismi speculativi e di finanziarizzazione dell’economia. Per queste ragioni il tema dell’abitabilità dei territori sta al centro delle sfide dei movimenti ecologisti contemporanei. A partire dall’esperienza di mobilitazione della rete No Pfas e di altre esperienze di lotta territoriale, in questo tavolo proveremo a capire quali contributi possono offrire le lotte locali alla prospettiva della convergenza sociale e climatica.


Riportiamo qui alcune riflessioni sul tema a cura di Mondeggi Bene Comune


L’estrattivismo generalmente è inteso come l’estrazione di risorse naturali da un territorio per l’esportazione e la lavorazione altrove,non limitandosi all’estrazione di minerali, petrolio o gas, ma estendendosi anche ad attività come l’agricoltura intensiva, la silvicoltura e la pesca su larga scala: tutte attività produttive caratterizzate da un approccio orientato alla massimizzazione del profitto attraverso l’appropriazione di risorse, spesso non rinnovabili o con tempi di rigenerazione molto lunghi.

I processi di estrazione di valore dalle risorse naturali, perpetrati a danno delle popolazioni locali e dell’ambiente, in una economia capitalistica si estendono però anche a tutti gli aspetti della vita delle persone, generando dinamiche di disuguaglianza e degrado, fino ad alimentare l’estrema frontiera del regime di guerra: è la forma specifica con cui la valorizzazione capitalistica si relaziona alla natura, ai territori, alle società.

Nell’era dell’Antropocene, l’estrattivismo e l’accelerazione dello sfruttamento delle risorse naturali è la causa della crisi ecologica planetaria. Nel nostro incontro ci concentreremo in particolare sulle profonde implicazioni che questi processi hanno sul suolo, pur tenendo presente le ripercussioni che producono a livello globale sulle altre matrici ambientali nonché su tutte le forme della vita nel nostro pianeta.  

Le conseguenze più evidenti sono disastrose: deforestazione, perdita di biodiversità e fertilità dei terreni, in alcuni casi desertificazione e degrado irreversibile degli ecosistemi, che diventano più fragili e meno resilienti ai cambiamenti climatici. Si pensi ad esempio al caso delle cave di marmo delle Alpi Apuane che divorano intere montagne; alle grandi e piccole opere che consumano ogni anno in Italia ettari di suolo; ai più recenti mega-impianti di produzione energeticarinnovabile che devastano crinali, pianure, bacini idrografici; ai termovalorizzatori che ributtano in atmosfera materia degradata sotto forma di gas climalteranti e sostanze inquinanti.

L’economia estrattiva è inoltre intrinsecamente legata alla contaminazione dei suoli attraverso il rilascio di inquinanti, l’alterazione delle proprietà fisiche e chimiche del terreno, l’erosione e la produzione di ingenti quantità di rifiuti, con conseguenze devastanti per l’ambiente e le comunità locali. Le attività estrattive, in particolare quelle minerarie, comportano il rilascio di grandi quantità di sostanze chimiche e metalli pesanti nel suolo e nell’acqua. La rimozione di grandi volumi di terra, la stessa compattazione del terreno a causa dei macchinari pesanti e l’introduzione di materiali estranei compromettono la fertilità del suolo, la sua capacità di trattenere l’acqua e il suo ecosistema microbico, rendendolo inadatto all’agricoltura o ad altre forme di utilizzo ecosostenibile. Producono inoltre enormi quantità di rifiuti, spesso tossici e non biodegradabili, e sostanze inquinanti che possono percolare nel terreno e raggiungere le falde acquifere, contaminando le risorse idriche potabili e gli ecosistemi acquatici, fino a compromettere la salute umana attraverso la catena alimentare.

Un’economia estrattivista globalizzata che non solo priva i territori di origine delle materie prime di generare economie locali, ma produce conflitti e violazione dei diritti, tanto più violenti nei paesi cosiddetti in via di sviluppo, più vulnerabili e soggetti alla dipendenza economica. Spostamenti forzati, perdita dei mezzi di sussistenza, problemi di salute legati all’inquinamento, criminalizzazione e violenza contro chi si oppone: tutte conseguenza “naturali” di un processo che favorisce pochi attori a discapito della collettività.

Da qui l’accaparramento di terre su larga scala da parte di attori nazionali e internazionali (“land grabbing”), una forma di”accumulazione per espropriazione”, dove la ricchezza viene generata non tanto dalla produzione, quanto dalla privazione e dall’appropriazione di beni comuni. 

Sui suoli infatti si generano facilmente meccanismi speculativi attraverso i quali i terreni (con analogo meccanismo speculativo attuato su edifici e capannoni industriali come alla ex-GKN) acquisiscono un valore maggiore “fittizio” non per il loro uso produttivo o ambientale intrinseco, legato alla loro funzione ecologica o al benessere sociale, ma in virtù di aspettative di profitto basate sulla scarsità delle risorse in essi contenuti, sul controllo e sulla manipolazione delle politiche territoriali. Un valore che può essere poi utilizzato per generare ulteriore capitale finanziario, slegato dalla realtà materiale del suolo stesso, alimentando un ciclo vizioso.

Così, per facilitare i progetti estrattivi, si assiste a modifiche normative delle destinazioni d’uso del suolo, che da aree agricole o naturali diventano industriali o minerarie o edificabili. Questo cambiamento aumenta esponenzialmente il valore speculativo dei terreni, permettendo ai proprietari (o agli speculatori che li hanno acquistati in precedenza a prezzi bassi) di realizzare ingenti guadagni.

L’estrattivismo, poi, si accompagna spesso a progetti infrastrutturali di vasta scala (strade, porti, ponti, dighe, linee elettriche, rigassificatori, hub e pipeline, centrali nucleari…) necessari per il trasporto e la lavorazione delle risorse. Questi progetti, pur presentati come “sviluppo”, possono a loro volta alimentare la speculazione sul suolo circostante. Il concetto di “gigantismo” nel modello estrattivista si riferisce proprio all’intensità e all’estensione di questi progetti, che generano “aree di sacrificio” dove le esigenze ambientali e sociali vengono subordinate al profitto, le comunità locali sono esposte a livelli estremi di inquinamento e le loro condizioni di salute e qualità della vita sono gravemente compromesse. Questo solleva questioni di giustizia ambientale, in quanto queste comunità, spesso già svantaggiate, subiscono gli impatti negativi di un modello di sviluppo che beneficia principalmente attori esterni.

Affrontare l’estrattivismo e i suoi meccanismi predatori di estrazione di valore richiede un ripensamento radicale dell’idea di sviluppo, orientandosi verso modelli che pongano al centro il benessere delle persone e la salute del pianeta. In una parola, la vita.

Sono numerose le lotte territoriali che hanno provato e provano a proporre un’alternativa.

Partire dalle lotte territoriali, dalla condivisione delle vittorie e delle sconfitte, per mettere a comune pratiche trasformative di riparazione dei suoli, battaglie giuridiche per la loro difesa e la produzione di nuovi diritti, per contrastare i processi di speculazione fondiaria e di accaparramento delle terre, per sostenere modelli economici che non dipendano esclusivamente dall’estrazione di risorse, per assicurare la piena partecipazione delle comunità locali nei processi decisionali riguardanti l’uso del suolo e garantire meccanismi di giustizia e risarcimento per i danni subiti, per incentivare l’agroecologia e l’uso efficiente delle risorse per ridurre l’impatto complessivo sull’ambiente. 

Proviamo, insieme, a superare la visione del suolo come mera merce e riconoscere il suo valore intrinseco e la sua funzione ecosistemica vitale, mettendosi, appunto, “dalla parte del lombrico”.

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