Gli attivisti di Mondeggi e Arvaia sono in Cisgiordania per il raccolto delle olive. Ecco il primo dei loro racconti.
Sul progetto C.A.S.A., leggi qui
Diario di Lunedì 27 ottobre
Oggi la nostra giornata è iniziata presto. Alle 7 prontə per uscire. Un pulmino (Servíce come lo chiamano in Palestina) ci raccoglie proprio di fronte casa per portarci verso la nostra destinazione, il villaggio di Madama adiacente il nostro. L’equipaggiamento per uscire prevede abbigliamento da lavoro, acqua, vestiti leggeri e lunghi per coprire braccia e gambe. Il passaporto con visto è rigorosamente sempre con noi, power bank (possibilmente due, il cellulare deve essere sempre carico).
Non siamo le uniche persone internazionali sul pullman, c’è un altro gruppo afferente a La Via Campesina insieme a Union of Agricultural Work Committees (UAWC), che coordina un altro gruppo di persone in maggioranza agricoltori e agricoltrici. Quindi partiamo in una ventina verso destinazioni diverse.
L’organizzazione in loco, responsabile del coordinamento delle fattorie che richiedono presenza internazionale, è la Land and Farming cooperative association- Burin, una associazione che si occupa di agroecologia e formazione. Hanno delle bellissime serre in una vallata proprio sotto l’avamposto di Yitzhar, una delle colonie più violente dell’ area.
“Il vostro progetto è l’unico della zona a non avere un’organizzazione preposta dietro le spalle”, sentenzia il responsabile di zona che ci guida. Effettivamente è così, nell’area siamo l’unico gruppo autorganizzato, ma soprattutto autofinanziato. La cosa lascia perplesso il nostro ospite, ma poco male, si va avanti.
La giornata scorre senza intoppi, lavoriamo sodo tuttə assieme.
La famiglia Nassar. padrona dell’oliveta, ci vizia con pane,olio, zatar, frutta tè e caffè. Facciamo due pause e si va dritti a finire l’oliveta. Siamo del mestiere, siamo nel nostro, condividiamo metodi e ci sappiamo adattare velocemente. Nel primo pomeriggio finiamo i terrazzamenti, si va a pranzo e poi chiacchere e condivisioni, sulle varietà di olivo piuttosto che sui tipi di telo da usare in un terreno così pietroso. Alcuni di loro sanno abbastanza bene inglese, il nostro arabo è sufficiente a colmare le lacune nel discorso. Noi eravamo prontə a riprendere il lavoro e quando uno dei signori presenti ci ferma per dirci che il lavoro è finito.
La famiglia comincia a ridere contenta, ancora un altro tè e poi una stretta di mano forte. Oggi abbiamo fatto in un giorno il lavoro che avrebbero dovuto fare in tre, lo abbiamo fatto in sicurezza e in socialità, con una piccola soddisfazione personale, garantendo un ritmo di lavoro da persone di campo quale siamo. Dopo il primo giorno, parte della nostra missione è già stata compiuta! Si ritorna alla casa base per sistemare le cose.
A cena verrà il nostro contatto sul campo che ci preparerà per la missione di domani!
La famiglia Nassar ci ha fatto raccogliere nell’unico campo rimasto. Gli altri campi purtroppo sono stati presi con forza dai coloni dell’avamposto di fronte il villaggio. Sono campi che avevano anche le uniche sorgenti d’acqua che arrivavano al villaggio.
La loro casa di famiglia è adesso un educational center che insegna ai bambini e alle bambine della zona. Alcuni giorni agricoltrici e agricoltori, altri giorni insegnanti di matematica, inglese, arabo… Insomma non si molla mai
