Diario dalla Palestina: C.A.S.A. 03

Gli attivisti di Mondeggi e Arvaia sono in Cisgiordania per il raccolto delle olive.
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Diario di Mercoledì 29 ottobre

Oggi è stata una giornata diversa dalle altre: non abbiamo raccolto le olive, il nostro contatto sul campo ci ha portatə in una delle roccaforti della resistenza palestinese, la città di Nablus che dopo Gerico è la città più antica della Palestina.

Nablus è una sicurezza. Ha una storia potente e tragica allo stesso tempo: attraversando la città vecchia si notano affissi alle mura foto dei morti (martiri) per la resistenza. Siamo accompagnatə da un uomo senza il quale non potremmo entrare in città vecchia, non si gira da solə, punto.

La città è un punto di riferimento per i villaggi circostanti, circondati da colonie. Quando l’esercito cerca di entrare in forza o l’attività dei coloni si fa più intensa, si mettono da parte tutte le divergenze interne per fare fronte unico e muoversi uniti contro l’occupazione israeliana.

Ci sediamo alla sede di un associazione interna che aiuta le famiglie dei detenuti politici, i nostri ospiti non hanno remore nel definire l’attuale governo una massa di corrotti burocrati al soldo di Israele.
“Ci sono tre occupazioni in Palestina: quella israeliana, quella dello stato palestinese e del capitalismo” dicono e ” loro non vogliono occupare solo la nostra terra, ma anche la nostra mente. Per questo è importante non abbandonare le famiglie e i ragazzi dei prigionieri politici perché dobbiamo crescere le nostre figlie e figli con questa consapevolezza. Se vuoi reagire in maniera violenta o nonviolenta che sia, devi sapere sempre perché lo fai”.

Siamo sedutə ad ascoltare, il momento è intenso, ma purtroppo non possiamo trattenerci molto in città vecchia, dopo alcune domande ci allontaniamo.
Poi arriva una notizia tosta. La cooperativa agricola di Burin dove dovevamo andare a lavorare nel pomeriggio è stata dichiarata ZONA MILITARE CHIUSA per 24 ore: l’esercito cerca gli internazionali che lavorano nelle fattoria, probabilmente per deportarli, così ci viene detto.

La settimana scorsa infatti era toccato a 32 internazionali, che dopo un’azione sul campo sono stati bloccati dall’esercito e deportati.
La zona militare chiusa è uno strumento che l’esercito ha a disposizione per giustificare arresti e deportazioni in territori che reputa sensibili e a rischio.

Saliamo sul pulmino che ci riporta velocemente a casa, diretti, con la raccomandazione di non uscire assolutamente. Così abbiamo fatto. Domani violeremo l’ordine andando a raccogliere in un campo vicino a Burin, per cercare di finirlo il prima possibile!! È stato assoldato il progetto CASA per questa missione!!!
Speriamo di portarla a termine…
Per ora è tutto!!! A domani

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